Frattura omero, nel 20% dei casi trattata con fissatori esterni

La frattura dell'omero prossimale è molto comune e solitamente è provocata da un trauma diretto alla spalla oppure da un trauma indiretto che si...

Data:

28 Marzo 2022

La frattura dell'omero prossimale è molto comune e solitamente è provocata da un trauma diretto alla spalla oppure da un trauma indiretto che si verifica in seguito a incidenti stradali o sportivi. Nei pazienti anziani con osteoporosi, poi, basta una banale caduta a terra per dare origine a danni anche importanti. Tali fratture possono essere molto dolorose e rendere difficile anche spostare semplicemente il braccio. Viene solitamente trattata con l'impianto di fissatori esterni a cui segue un periodo di riabilitazione personalizzato sulle esigenze del paziente. Per approfondire il tema l'agenzia di stampa Dire ha parlato con il dott. Andrea Corriero, ortopedico dell'equipe di Ortopedia e Traumatologia II dell'ASST Gaetano Pini-CTO di Milano.

Che cos'è la frattura dell'omero prossimale e quanto di utilizzano i fissatori esterni?

La frattura dell'omero prossimale è la terza frattura in ordine frequenza e colpisce la parte alta del braccio. Oggi rappresenta il 4-5% di tutte le fratture e si registra di frequente tra gli anziani. Fortunatamente nell'80% dei casi non occorre intervenire chirurgicamente ma si opta per una immobilizzazione del braccio a cui segue dopo un certo periodo un protocollo di fisioterapia. Nel 20% dei casi invece l'omero va trattato chirurgicamente. Una soluzione ottimale può essere rappresentata dai fissatori esterni. In sala operatoria il chirurgo si avvale di kit sterili. Dapprima si procede a ridurre la frattura, per ottimizzare quanto più possibile il risultato, e poi si usano questi device. In seguito all'intervento il paziente può muovere quasi subito l'articolazione fermo restando che la riabilitazione di queste fratture può essere lunga.

Quali vantaggi si ottengo dall'utilizzo dei fissatori esterni per il trattamento di questo tipologia di frattura?

Il vantaggio è che nel paziente non vengono impiantati dei mezzi di sintesi e il fissatore esterno può essere rimosso facilmente. Tutto questo avviene sempre in luogo sterile e cioè in sala operatoria. L'intervento è veloce ed oscilla tra i 20 e i 40 minuti. Il paziente è messo in condizione precocemente di mobilizzare il braccio.

C'è la possibilità che il paziente che presenta fissatori esterni sia colpito da infezioni oppure questo non può accadere?

La possibilità esiste, ma raramente si verifica. Le infezioni possono maggiormente colpire soggetti con comorbilità ma la forza dei fissatori è racchiusa nel fatto che, potendo ispezionare la parte e rimuovere i fissatori, la medicazione non è complessa e si possono eradicare i germi con una buna terapia antibiotica.

Anche se sappiamo che ogni percorso riabilitativo oggi è personalizzato e 'cucito' sul paziente à può offrirci un'idea di un progetto di riabilitazione 'tipo' per recuperare la funzionalità motoria di questi pazienti?

I primi 10 o 15 giorni il paziente può effettuare i movimenti del gomito per procedere con un 'arco' di mobilizzazione dell'arto evitando le abduzioni oltre i 90 gradi. Segue l'esecuzione di esercizi attivi con il supporto del fisioterapista. Tra paziente e operatore si crea una grande legame perché il paziente sperimenta dolore e il fisioterapista deve incoraggiarlo. Si prosegue poi con gli esercizi 'di forza', isometrici e propriocettivi questo è in sintesi un processo riabilitativo che si mette in atto.


Ultimo aggiornamento

15/10/2025, 16:52

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